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Leggende

CHUSHINGURA

La storia dei 47 Rônin.
Ogni anno in inverno (perché il fatto storico avvenne nella notte del 3 gennaio 1703) il teatro Kabuki ripropone il dramma Chushingura che rievoca la vicenda di 47 samurai i quali, agli ordini di Oishi Yoshio votarono la loro vita alla vendetta del loro signore Asano Naganori, daymio di Ajano, che il Maestro delle Cerimonie, Kira Yoshinaka, aveva gravemente offeso, provocandone il suicidio a mezzo del Hara-kiri. In quella notte, dopo infinite peripezie, fu infatti compiuta la vendetta. Sorpreso in un banchetto dai 47 Rônin, Kira Yoshinaka esita a commettere hara-kiri. Viene perciò ucciso, con lo stesso pugnale con il quale si era suicidato Asano. Compiuta la vendetta essi si costituirono alle autorità, e vengono relegati in quattro separati castelli ove li raggiunge la condanna a compiere hara-kiri, che tutti eseguirono con una stoicità tramandata dalla storia.
Ancora oggi i corpi dei 47 Rônin fanno buona guardia a quello del loro signore Asano, sepolti in un cimitero del tempio Senkaku-gi a Tokyo. I loro nomi e le loro età sono incisi nella pietra: il più anziano contava 77 anni, il più giovane appena 15.

LA LEGGENDA

C’era una volta, molto tempo fa, un medico che si chiamava Shirobei Akiyama. La tradizione vuole che egli avesse studiato in Cina i metodi di combattimento del suo tempo, senza ottenere però il risultato sperato.
Contrariato dal suo insuccesso, decise di pregare il Tanijn di Dazaifu e per cento giorni si immerse nella meditazione.
Avvenne che un giorno era nevicato abbondantemente. Il peso della neve spezzava i più robusti rami degli alberi che rimanevano spogliati.
Gli occhi di Shirobei Akiyama si posarono allora su un albero, che invece era rimasto intatto. Era un salice. Ogni volta che la neve accumulatasi sui rami, minacciava di spezzarli, questi si flettevano per liberarsi del suo peso e riprendevano immediatamente la posizione primitiva.
Il fatto impressionò vivamente il bravo dottore che intuendo l’importanza del principio della non resistenza lo applicò alla tecnica di combattimento, che poi prese il nome di Ju-jitsu.

BANZAI!

La parola Banzai, che come il nostro Evviva, è usato come grido di gioia e di saluto, è formata da ban (diecimila) e sai (anno). La parola divenne di uso comune nel costume del popolo giapponese nel periodo costituzionale del’imperatore Meji quando, al suo apparire nel parco Ueno di Tokyo (Ueno Koen) la folla lo salutò scandendola ripetutamente. Ma essa trae origine da una toccante storia del tempo del’imperatore Nintoku (16° Tennô - 313-339). A seguito del’impoverimento del popolo, l’imperatore sospese per alcuni anni la riscossione di qualsiasi tassa, e proibì che nella sua residenza fosse fatto alcun lavoro di riparazione per evitare spese a carico del’erario. Dopo che la situazione economica era tornata normale ed era stata ripristinata la riscossione delle tasse, quando l’imperatore si affacciò al balcone del suo palazzo, la folla lo acclamò con il saluto: Banzai!, Banzai!.